Meditare con i monaci buddisti in Nepal

Credo che viaggiare non debba ridursi al tornare a casa con un sacco di foto da mostrare e incredibili esperienze da raccontare. Viaggiare, soprattutto da solo e per lungo tempo, deve in qualche modo “cambiarci” … aiutarci a crescere. Per molte persone è anche uno strumento per “ribilanciarsi” ed avvicinarsi alla comprensione del concetto di “felicità”!

Quando ero partito, quasi due anni prima, non ero alla ricerca di felicità o soddisfazioni personali ma ero solo desideroso di cercare, esplorare e  vivere centinaia di avventure pazzesche. Avevo solo fame di vivere al 100% la mia vita…

Il viaggio introspettivo era però diventata subito un’altra componente fondamentale del viaggio! Lo stare da solo così a lungo ed in posti spesso remoti, poco battuti da turisti, mi aveva presto fatto rimettere in gioco tutti i dogmi e gli insegnamenti che il mondo occidentale mi aveva inculcato in testa fin da quando ero bambino. In più stavo esplorando quotidianamente tutti i miei limiti scoprendo di quanto i limiti stessi, fossero solo stupidi paletti messì lì dalla mia testa.

E’ stato in Cina, nei primi mesi di viaggio,  nell’ottobre 2014, che incontrai John, un anziano svizzero che viveva in Asia e che per primo mi parlò in maniera approfondita della meditazione e di un centro meditativo appena fuori Katmandu, in Nepal. Credo vedesse in me un ragazzo positivo ma comunque “inquieto” e troppo “affamato” di vita … vita come la intendiamo nel mondo occidentale. Mi consigliò così, una volta raggiunto il Nepal, di presentarmi a quel centro e di provare a meditare.

Due anni dopo, a maggio 2016, dopo il mio trekking sull’Himalaya, mi presento al centro, pronto per intraprendere undici giorni di meditazione Vipassana. Undici giorni in assoluto silenzio, senza libri, senza telefono, senza televisione, senza diari per scrivere… ma anche senza attività fisica, senza bere alcool o mangiare carne… senza attività sessuale e senza fumare.

Undici giorni che si riveleranno incredibili e che mi limito a descrivere allegando una pagina del mio diario di viaggio

1-11 giugno 2016, monastero Vipassana, Katmandu

L’incontro al centro Vipassana è fissato alle dodici. E’ la mattina del primo giugno duemilasedici e sto per intraprendere una delle esperienze più incredibili della mia vita. Mi sveglio presto: non ho dormito benissimo. Sono comunque tranquillo. Impacchetto le cose con calma, dividendo quello che mi servirà “nella stanza” e ciò che non mi sarà utile. La mattina poi mi “vizio” con una bella colazione nella mia bettola preferita, una lunga doccia calda e diverse sigarette. L’ultima persona con cui parlo prima di entrare nel silenzio di Vipassana è una ragazza svedese molto carina che ho adocchiato da due giorni ma con la quale rompo il ghiaccio troppo tardi.

Alle undici e trenta sono al centro ed effettuo la registrazione. Mi dicono di tornare dopo un’ora, così faccio una breve passeggiata per le viuzze del centro. Mangio gli ultimi samosa, bevo l’ultima coca cola e fumo l’ultima sigaretta. Alle dodici e trenta sono di nuovo al centro. Ci saranno un centinaio di persone, equamente divise tra uomini e donne, principalmente indiani e nepalesi. Di occidentali saremo una ventina, perloppiù donne. Iniziano a partire le navette per il monastero. Io salgo sull’ultima. Qualcuno chiacchiera. Io preferisco cominciare subito il silenzio. Dopo circa mezz’ora usciti dalla città, ci dirigiamo verso le colline circostanti e raggiungiamo il centro in una decina di minuti. Ci vengono immediatamente offerti tè e biscotti  mentre ci ritirano macchine fotografiche, telefoni, portafogli, passaporti e materiale per scrivere. Tutto il resto lo portiamo in stanza. Lo zaino grosso lo posiziono sotto al letto mentre quello piccolo con il vestiario e l’occorrente per l’igiene lo tengo a portata di mano. La mia stanza è situata in un vecchio edificio che ricorda una delle colonie estive del comune di Milano. E’ piccola e spartana, con due letti e due locali adiacenti, uno per la doccia e l’altro per il bagno. Un’ampia finestra centrale illumina la stanza. La meditation hall è a soli due minuti dalla mia “casa” mentre poco più in là c’è la mensa ed altri bagni comuni. Tutto è immerso in un incredibile giardino botanico, ricco di alberi e fiori, uccelli, insetti, scimmie ma anche qualche serpente. La temperatura tende al fresco ma rimarrà gradevole per tutto il soggiorno. Alle quattro del pomeriggio abbiamo la prima seduta introduttiva mentre alle sei di sera iniziamo il “Nobile silenzio”. Nessuno parlerà più con nessuno nei prossimi dieci giorni. La cena: riso soffiato, qualche pezzo di frutta e del tè, viene servita successivamente. Poi facciamo una prima seduta meditativa ed assistiamo ad un breve discorso audiovisivo del Maestro Goenka. Alle nove torniamo tutti in camera. Sono curioso di scoprire chi sia il mio coinquilino. Divido la stanza con un asiatico. Riusciremo a vivere serenamente per dieci giorni, senza mai guardarci in faccia e senza proferire parola.

La mattina del secondo giorno inizia alle quattro, con i rintocchi di un “gong” tanto intenso quanto prolungato e fastidioso. Mi sveglio riposato ma inizialmente frastornato. Dopo mesi di sveglie sregolate, dettate generalmente dalla rumorosità dell’ostello, per la prima volta ho una routine precisa. Esco dalla stanza poco dopo avvolto in una coperta e con un cuscino in mano da mettere sotto al sedere per alleviare la sofferenza della meditazione. Come me altre figure emergono dal buoio, dirigendosi spettrali verso la meditation hall. Comincia il nostro Vipassana. Sono tranquillo, sereno e motivato.

Prima di parlare delle sensazioni e dei momenti salienti del percorso è bene descrivere come l’esperienza si è sviluppata. Le giornate sono state così suddivise:

4.00 sveglia

4.30-6.30 meditazione di gruppo

6.30-8.30 colazione a base di porridge, frutta e tè

8.30-9.30 meditazione individuale con divieto di muoversi e aprire gli occhi

9.30-11.30 meditazione di gruppo

11.30-13.00 pranzo, dal bath e tè

13.00-14.00 meditazione individuale con divieto di muoversi

14.00-16.30 meditazione di gruppo

16.30-17.30 cena a base di riso soffiato, frutta e tè

17.30-18.30 meditazione individuale con divieto di muoversi

18.30-19.30 meditazione di gruppo

19.30-20.30 discorso audiovisivo del maestro

20.30-21 meditazione finale

21.30 riposo notturno

Premesso che durante l’intera permanenza è severamente vietato parlare e si evita addirittura il contatto visivo è normale che alcune persone, in particolare il gruppo di occidentali, siano stati oggetto della mia curiosità, specie chi, durante la meditazione sedeva vicino a me. Involontariamente mi capitava di guardarne o ascoltarne i movimenti per capire se soffrivano quanto me e controllavo sempre quanti cuscini mettevano sotto al sedere. Detto questo i personaggi salienti del mio Vipassana, di cui ho ovviamente scoperto l’identità solo alla fine sono stati:

Len: americano di nascina vietnamita sulla cinquantina. Il mio compagno di stanza. Partner perfetto. Dieci giorni a stretto contatto senza guardarci in faccia. Indimenticabile la sera di rottura del silenzio quando finalmente abbiamo potuto parlare e condividere le nostre storie.

Il francese: tipo dall’aria supponente, barba lunga e capelli brizzolati. Una sorta di me stesso a quarantacinque anni. Non abbiamo scambiato molto ma ho sempre percepito una certa connessione.

Il giovane tedesco: crucco con i capelli biondi alla “Caparezza”, evidentemente più giovane di me. All’inizio ne ammiro la compostezza e determinazione. Scompare al quinto giorno.

Lo spilungone occhialuto: siede accanto a me durante meditazione. Non si muove mai, sembra perfetto. Scompare anche lui al quinto giorno.

Lo spilungono finnico: duecentocinque centimetri di statura e capelli lunghi almeno un metro. Regale nella camminata, siede nelle prime file perché è al secondo vipassana. Ci incrociamo sempre nella pausa toilette.

Il pazzo sloveno: al terzo giorno impazzisce e cerca di parlare con tutti. Ci prova anche con me in una pausa toilette. Lo ignoro. Scompare al quarto giorno.

Il messicano: uomo bellissimo con movenze principesche ma molto affeminate. E’ al sesto Vipassana. Tipo strano ma simpatico e positivo.

Il nepalese claudicante: siede su una sedia per problemi al ginocchio. E’ probabilmente omosessuale tanto da sembrare una ragazza con quei lunghi capelli neri. Rotto il silenzio è la prima persona con cui parlo. Ci mettiamo a cantare Paradise dei Coldplay in un momento commovente.

Altri: l’americano fantasma, l’inglese barbuto, il nepalese “caparezza”, i tre giovani nepalesi e i due impiegati indiani.

Vipassana è una tecnica meditativa che nasce da Buddha. Oltre qualche semplice e positivo consiglio morale introdotto dal maestro Goenka, l’obiettivo del percorso meditativo è rendere cosciente la propria mente di tutte le infinite sensazioni corporee che ogni singola parte del nostro corpo ci trasmette e che solo grazie all’allenamento alla meditazione possiamo percepire. Una volta preso contatto con queste sensazioni, si riesce a scoprire in maniera empirica che ogni nostra sensazione, così come ogni percezione, emozione e sentimento è impermanente, cioe’ destinata a finire. “Anicciu!” Questa impermanenza delle cose e la conseguente costruzione di questa attitudine a limitarsi ad osservare sensazioni ed emozioni, è la base per trovare un equilibrio, obiettivo ultimo di Vipassana.

Il primo e il secondo giorno di corso si medita dieci ore, focalizzandosi esclusivamente sul respiro e su tutte le sensazioni fisiche che provengono dalle aree implicate: naso, labbra e baffi. La percezione di quelle sensazioni è favorita dal passaggio dell’aria che rinfresca le narici o fa vibrare i baffi. Al terzo giorno l’attenzione verte solo ed esclusivamente sulla parte immediatamente sotto al naso. Per dieci ore al giorno rimango concentrato pensando solo alle sensazioni che provengono da quella parte del corpo. Sto educando la mia mente ad ascoltarmi e ci riesco bene. Il quarto giorno inizia una “scansione settoriale” di tutte le parti del corpo e delle sensazioni che ne provengono. Ho una esplosione di pruriti, brividi, formicolii, contatti cutanei che mai avevo sentito prima. Scopro nuove sensazioni fisiche, sempre limitandomi ad osservarle e mai a reagire.

Per altro non è facile rimanere concentrati dieci ore e mezza ma trovo ben presto una soluzione efficace. Generalmente faccio quarantacinque minuti, un’ora super focalizzato sulla meditazione e poi mi concedo un’altra ora dove la mia mente è libera di vagare totalmente. Non essendoci elementi di disturbo, i miei pensieri possono correre liberamente senza essere interrotti, concatenandosi tra ricordi e sogni. Pallacanestro, fidanzate, parenti, foto del mio passato tornano a galla con una facilità disarmante. Eventi e persone totalmente rimosse si ripresentano nella mia mente. Nulla mi turba però. Anzi. Nel frattempo credo di meditare con efficienza e la cosa mi soddisfa. Unica nota dolente è il dolore fisico provocato dalle lunghe ore seduto per terra. Sedere, ischi e ginocchia iniziano a soffrire terribilmente. Dal terzo giorno poi sono state inserite tre sessioni quotidiane di un’ora ciascuna dove è proibito muoversi. Con mio stupore ben presto scopro che stare un’ora seduto senza potersi muovere è una delle esperienze fisiche più dolorose che abbia mai provato. Ma proprio qui sta il concetto di Vipassana. In quell’ora fermo, percepisci il dolore, sensazione più facile da cogliere. Lo osservi senza reagire e, se davvero riesci a non reagire, scompare da sola, esattamente come ogni sensazione, emozione o desiderio.

Il quinto giorno raggiungo l’apice del mio Vipassana. Alle sei di sera inizia la “meditazione da fermo”. Sono seduto ed inizio a soffrire come un cane. Gli ischi bruciano, le ginocchia fanno così male che penso di aver causato danni permanenti ai menischi. Però osservo. Paziento. Il dolore scompare e la mente diventa leggera. I miei muscoli iniziano a rilasciarsi e sento la schiena raddrizzarsi in maniera incontrollata. Il capo inizia a tendere verso il cielo. Non avevo mai provato nulla di simile. Mai! Una vera liberazione.

Dal sesto giorno alla fine del corso purtroppo non riuscirò più a trovare la beatitudine di questa sensazione, per quanto la quantità di stimoli e percezioni che la mente riceve dal mio corpo sia clamorosa. Riesco anche a percepire il tanto ambito “soffio” da capo a piedi. La sera dell’undici giugno finisce il “nobile silenzio”. Usciamo dalla meditation hall dopo l’ultima sessione del pomeriggio e i primi gruppi di persone iniziano a parlare. Inizialmente mi viene da piangere ma mi lascio subito coinvolgere nel vortice delle chiacchiere. Miracolosamente, dalle nuvole, spunta un sole caldo facendomi sentire ubriaco. A cena, per la prima volta in dieci giorni, il rumore delle posate di ferro è sovrastato da parole e risate. Finalmente posso ringraziare gli inservienti del centro mentre mi servono la mia razione di riso. Vipassana è finito. Quello che ho ricevuto in questi giorni è impagabile. Torno in camera e trovo il mio compagno di stanza. Finalmente ci presentiamo. Len dal Vietnam. Sono felice, una intima gioia che non provavo da tempo. Ce l’ho fatta, ce l’ho fatta per me! Per me! Non per soldi o soddisfazioni estrinseche. Ce l’ho fatta per me stesso…Claudio Piani.

Spengo la luce della camera. Len non smette di parlare. Io sono carico a bomba. Da domani, dopo questa incredibile incredibile viaggio dentro me stesso, riprende il viaggio sulla strada.

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