Il lago D’Aral

Mi è capitato spesso, durante i miei viaggi, di innamorarmi di un fiume… Si, di un fiume!!! Viaggiando lenti, via terra … in moto, a piedi o in bicicletta mi è capitato spesso di costeggiare fiumi per intere giornate, talvolta anche settimane. Il Mekong nel sudest asiatico, il Gange e l’Indo in India, ma anche il fiume Ob in Siberia o lo Yangze in Cina. Corsi d’acqua che generano la incredibile vita circostante, corsi d’acqua storici, teatro di mille battaglie e avvenimenti religiosi, o semplicemente sospesi in una rigogliosa natura che vanno ad arricchire.

Di tutti questi fiumi, uno in particolare mi è rimasto nel cuore: l’Amu Darya, il fiume più importante dell’Asia centrale. I macedoni di Alessandro lo chiamavano Oxus, Marco Polo ci fece abbeverare i cavalli, mentre l’impero sovietico nel secolo scorso lo usò come confine naturale tra l’Urss e l’Afganistan.

E, mentre gli eserciti e la situazione geopolitica cambiava nei secoli, lui rimaneva sempre lo stesso, figlio delle vette Himalayane e prorompente nella sua rapida discesa in un letto troppo stretto per un fiume con una portata d’acqua del genere. Un letto che si snodava per migliaia di chilometri fino alla sua foce ad estuario… nell’immenso lago D’Aral … Un lago talmente grosso da sembrare il mare con i suoi.

Fino al 1960 il lago copriva una superficie di circa 70.000 km quadrati (Lombardia + Piemonte + Veneto all’incirca) garantendo centomila tonnellate all’anno di pesce. Poi l’Unione Sovietica decise che l’Uzbekistan doveva essere la provincia che coltivava cotone e allora tutti gli affluenti del lago Aral, tra i quali l’Amu Darya era il principale, vennero deviati per irrigare i nuovi campi di cotone. Quasi sessant’anni dopo l’Uzbekistan è il terzo produttore mondiale di cotone, il lago Aral è diventato un’immensa landa desertica e tutte le famiglie di pescatori della zona vivono in totale miseria.

Ho avuto “la fortuna” di visitarlo arrivando alla città di Moynaq, partendo da Nukus, capitale della regione del Karakalpakstan. I pochi turisti che ci arrivano lo fanno con tour organizzati e jeep 4×4 che li portano in giornata a visitare la città e vedere le spettrali barche arenate sulla sabbia del deserto. Io invece, con un budget parecchio ridotti, ci arrivo con i mezzi locali, su un bus sgangherato più carico del previsto. Come sempre sono l’unico straniero e nessuno parla inglese…

Tratto dal mio diario: “La “Marshutka” mi scarica al bazaar locale di Moynaq alle quattro del pomeriggio circa. Piove e tira un vento freddissimo. La folla in attesa del bus, carico di persone ma anche di posta, pacchi, viveri e provvigioni, si disperde rapidamente ritirate le proprie cose. La città è grigia e tetra, con case decadenti e mostruose industrie abbandonate. Da una vecchia Lonely Planet so che c’è un albergo in città. Fa troppo freddo per cercarlo a piedi, prendo un taxi condiviso. L’albergo è chiuso o forse non esiste più a giudicare dalle condizioni degli infissi. Incontro questi tre bambini, che, vedendomi turbato davanti al cancello serrato del vecchio hotel, capiscono immediatamente la mia situazione. Mi accompagnano a casa loro. Loro padre mi chiede tre dollari per passare la notte su di un tappeto, nel loro salotto. Cena e colazione inclusa. Tre dollari spesi immediatamente al bar locale. Tornerà a casa solo a tarda sera, completamente ubriaco. Io invece trascorro il pomeriggio coi bambini, che mi accompagnano dentro al lago d’Aral, ormai una landa deserta, dopo che l’Unione Sovietica, circa cinquant’anni fa, decise di deviare il corso dei suoi affluenti per irrigare i campi di cotone. Moynaq era un porto fiorente. Erano tutti pescatori qui; ora invece, i pescherecci giacciono come spettri di ferro sulla sabbia”

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