La Porta dell’Inferno in Turkmenistan

Se esistesse l’Inferno, e fosse raggiungibile dalla crosta terrestre, la sua Porta d’ingresso non potrebbe essere diversa da così … Un enorme buco nel terreno largo almeno quaranta metri, dal quale fuoriescono centinaia di fiamme generate direttamente dal terreno e perennemente in combustione. Il tutto situato in un brullo deserto sabbioso, nascosto da qualsiasi insediamento umano.

Erano gli anni settanta. L’Unione Sovietica era alla disperata ricerca di giacimenti petroliferi nelle province più lontane e inesplorate del suo “impero” e, Il deserto del Turkmenistan, una regione incastrata tra il Mar Caspio, la steppa Uzbeka e Kazaka ma anche confinante con il Medio Oriente, sembrava poter essere una zona feconda. Iniziarono così i primi scavi ma, poco lontano dalla località di Darvaza, nel mezzo del deserto appunto, qualcosa andò storto. Una scavatrice mal posizionata iniziò a trivellare sopra un giacimento gassoso anziché sopra un giacimento petrolifero e, in poco tempo, l’indebolimento del terreno, causò un vero e proprio crollo che andò a creare l’attuale cratere, ingoiando la scavatrice e tutti i macchinari. Parallelo alla nascita del cratere, iniziò una massiccia dispersione di gas naturali e, per evitare danni ambientali devastanti, gli scienziati sovietici, decisero di dar fuoco al gas, generando appunto un vero e proprio “incendio gassoso” all’interno del cratere che arde imperterrito da più di quarant’anni.

 

Arrivo al “Gas Crater” partendo da Koney Urgench alle sei di mattina prendendo l’unico bus giornaliero che collega la “capitale del nord”, situata al confine con l’Uzbekistan, ad Asghabat, la capitale del paese. Salgo sul bus e spiego all’autista, sebbene lui non parli inglese, che voglio essere scaricato nel deserto, il più vicino possibile alla Porta dell’Inferno. Confido che qualche altro viaggiatore pazzo come me gli abbia chiesto la stessa cosa ma, a giudicare dalla sua faccia, sembra non capire e mi fa pagare l’intera tratta.

Partiamo poco dopo, lungo la strada più importante del paese, nonostante tutto, terribilmente malmessa, popolata solo da cammelli e costellata da buche profonde. Da qualche parte ho letto che lungo la strada, in corrispondenza del sentiero che attraversa il deserto, fino alla Porta dell’inferno, dovrebbero esserci alcune piccole “tea House” che fungono da “autogrill” per tutti gli automobilisti che attraversano il paese da nord a sud.

Quando, dopo circa quattro ore di viaggio, intravedo una piccola strutture bianca, chiedo all’autista di fermarsi e farmi scendere. Solo in quel momento sembra capire dove realmente voglia andare e mi accompagna ad un’altra casetta bianca pochi chilometri più a sud, dove vengo letteralmente abbandonato insieme al mio zaino. E’ in quella tea house, della quale parlo nel mio libro: “Una vita incredibile”, che organizzo la gita vergo la Porta dell’inferno. Su un foglio di giornale contratto con il proprietario: il prezzo del pernottamento su un tappeto nella sua sala e un passaggio in macchino fino alla spettacolare attrazione. Me la cavo con quaranta dollari americani, comprendenti anche una tazza di tè, che consumo sedute per terra, aspettando l’imbrunuire.

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