Bambini, pallacanestro e Comunismo

le mie canaglie...Questa settimana ho svolto i primi allenamenti con la squadra di basket della scuola. Mi è stata assegnata la squadra dei “grandi”, cioè quelli di sesta elementare, gli esordienti per le regole della federazione italiana.  Sorrido al pensiero che proprio l’ultima squadra di settore giovanile, che allenai in Italia prima di partire nel 2014, erano proprio gli esordienti. All’epoca erano i 2002, oggi sono sedici ragazzini del 2006.

Sono curioso di vedere la realtà della pallacanestro cinese. Voglio capire come il basket, sebbene sia lo sport più praticato del paese (il ping pong è lo sport nazionale), non riesca a produrre almeno una decina di giocatori di livello NBA. Difficile pensare che una nazione con almeno cinquanta milioni di praticanti, le strutture necessarie e la passione sfrenata per questo sport sia riuscita a produrre solo Yao Ming, Yi Jianlian e, “stendiamo un velo pietoso” Whang Zhi Zhi. Mi ero fatto già una mezza idea nei tre mesi di viaggio e nelle prime settimane di lavoro, soprattutto vedendo alcuni allenamenti della squadra di calcio. In primo luogo, i cinesi di solito, non sono né particolarmente atletici, né forti. Qualcuno penserebbe che sono anche tutti nani, in realtà diversi miei colleghi superano il metro e novanta. In secondo luogo, per questioni socio-culturali, probabilmente legale al comunismo, sono meno rapidi nel risolvere i problemi. Tutto funziona quando devono eseguire un ordine, funziona meno quando devono trovare loro una risposta efficace ad un problema. Tanto sono bravi in sport a situazione chiuse quali: atletica, nuoto, ginnastica artistica e ritmica, quanto faticano in sport a situazioni aperte quali basket e calcio appunto, dove anziché la semplice esecuzione del gesto, è richiesto di modificarne costantemente l’esecuzione tecnica o tattica. Insomma tanto precisi nell’eseguire quanto pasticcioni nel “leggere”.

Mi presento al campo con largo anticipo, il primo allenamento verrà svolto dal mio assistente, nonché allenatore ufficiale prima che arrivassi io a prendergli il posto (non per mia scelta ovviamente). Parla inglese molto male ma ha selezionato lui i ragazzi e sembra voglioso di farmi vedere i suoi metodi di allenamento. Lo aiuto volentieri anche perché sono curioso di scoprire il livello dei ragazzi e soprattutto come funziona il basket giovanile in Cina.

Vengo presentato ai ragazzi, sorridono tutti ma nessuno mi guarda negli occhi, tranne uno, che farà partire l’applauso finito il discorso di presentazione. E’ già il mio capitano! Inizia l’allenamento e, prima che possa capire cosa stia succedendo, vengo travolto da uno tsunami di emozioni. L’odore della palla, i ragazzi sudati, appassionati, desiderosi di migliorare, felici di essere lì… Come se quella palla sia l’unica cosa che conta davvero. Non sono tanto diversi dai ragazzini che allenavo in Italia. C’è quello alto e scoordinato, quello muscoloso coi baffi, quello in sovrappeso ma che ha la mano buona, quello che diventerà bravo ma è ancora indietro nello sviluppo, il nanerottolo mascalzone. In ognuno di loro vedo precisamente qualche mio ex giocatore. Mi sale immediatamente una malinconia profonda. Mi mancava tutto questo.

L’allenamento intanto inizia con il primo tremendo esercizio: dieci minuti di corsa intorno al campo palleggiando. Mi mordo la lingua un paio di volte, poi dico al coach almeno di fargli usare anche la sinistra. Il secondo esercizio è altrettanto “malato”. Una cosa come cento addominali e cinque minuti in posizione di squat. Guardo questi poveretti con le loro facce determinate e copiosi goccioloni di sudore che gli scendono lungo le guance. Inizio a capire perché il livello tecnico della squadra sia così basso. Il terzo ed ultimo esercizio è un tic tac a due terminato in terzo tempo (di solito sbagliato). L’allenamento termina poi con un misero cinque contro cinque. I ragazzi sono morti e vanno a due all’ora. Non si fa mai a canestro e…. cigliegina sulla torta: Il coach li mette a zona, dicendomi che non avendo in squadra “big men” quella è la difesa migliore.

Penso che in Italia a quell’età la difesa a zona è giustamente vietata ma poi penso anche che in Italia, a questi ragazzi avrei insegnato le partenze in palleggio, mentre qui i passi di partenza non li fischia nessuno, risultando addirittura controproducente insegnargli le partenze corrette. E’ evidente che devo calarmi al più presto in una realtà cestistica incredibilmente diversa.

Finito l’allenamento il coach mi ribadisce che da domani gestirò io gli allenamenti e che potrò selezionare anche cinque bambini di quinta elementare. Poi mi dice che tra novembre e dicembre dovremmo partecipare ad un campionato tra scuole locale… Non potevo sentire frase più bella di quel: “Novembel, decembel, MATCH!!”… Abbiamo tantissimo da lavorare ma sinceramente non già l’ora del prossimo allenamento.

 

Ovviamento il grido prepartito è stato modificato da una inudibile frase cinese che significa: “Orgoglio e libertà” ad uno molto più sobrio….”Mamma MIA!!” detto con una spiccata accento americana…

le mie canaglie...

17 pensieri riguardo “Bambini, pallacanestro e Comunismo

  1. Sei incredibilmente bravo anche a scrivere.. come se non bastasse tutto il resto.. mi sono commossa sull’onda delle tue emozioni, davvero commossa…

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  2. Sei un grande, anzi un grandissimo! Sei libero dentro e questo l’ho sempre pensato e te ne do atto. Vai dove ti porta la tua mente libera. Vola! prof. Maurizio mondoni

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  3. “L’odore della palla, i ragazzi sudati…” : vah che l’odore era dei ragazzi sudati, più che della palla! 😅
    Bellissima pagina di diario, come sempre! Ne scriverai sempre di migliori… non solo di pagine, ma di giornate ed emozioni!
    Buon allenamento Coach Piani

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  4. Claudio che bello poterti leggere, da amante dei viaggi e della pallacanestro non potevi sicuramente trovare qualcosa di migliore!
    Sappi che ti seguo con un interesse quasi maniacale! Idolo 🙂

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