Quello che le cartine geografiche non dicono

Il

giorno di riposo si fa sentire e lascio il paese di Daichiadam che mi sembra di avere la dinamite nelle gambe. In piu’, essendo da due giorni oltre i tremila metri,il mio corpo si sta abituando all’altitudine, facendomi tornare il solito appetito e la forza per ingurgitare il carburante necessario per affrontare la tappa di giornata.

Lascio il paese di prima mattina, per evitare di incrociare qualche poliziotto e percorrendo i primi quaranta chilometri in meno di due ore, talmente euforico e carico di energia che li faccio cantando.
I panorami circostanti sono finalmente sensazionali: il “piattume” dell’altopiano tibetano si colora di fiumi e laghi e si arricchisce di frastagliate catene montuose all’orizzonte…la stessa che dovro’ attraversare nel pomeriggio ma che in questo momento non sembrano poi cosi ostili…

Supero l’ennesimo posto di blocco affiancandomi ad un camion(ufficialmente non potrei percorrere questa strada in bicicletta) e inizio gli ultimi chilometri di pianura prima che la strada si arrampichi fino a 3700 metri.
Il traffico e’ scarso e la totale assenza di umanita’ rendono tutto piu suggestivo. Mancano anche le classiche yurte dei pastori nomadi dell’altopiano, lasciandomi solo insieme a centinaia di cammelli selvatici dello stesso colore delle rocce.
Al cinquantesimo chilometro scorgo un cartello segnaltico in cinese. Caratteri indecifrabili con un disegno eloquente: una montagna con una freccia che sale e la scritta 20km… si inizia a salire… Mi convinco che siano solo numeri: la distanza, il dislivello, l’altitudine…mi convinco che nulla puo’ fermarmi….
Dopo quattro ore arrivo in cima totalmente esausto ma “vivo” come se avessi ancora benzina nelle gambe…Lo scenario davanti a me e’ pero’ malinconicamente diverso da quello precedente. La luminosa e calma vallata appena attraversata, subito dopo la montagna,si trasforma in una vallata scura, brulla e carica di nuvole grigie. La discesa diventa infatti subito complicata con un forte vento contrario che mi costringe a pedalare anche in discesa e dei tremendi lampi all’orizzonte che mi ricordano che la mia bicicletta e i pali della mia tenda sono gli unici pezzi di metallo nel raggio di cento chilometri…Devo quindi trovare un riparo ma intorno a me non c’e nulla….ma nulla proprio…

Trovo un tunnell sotto la strada, di quelli necessari a far “scolare” la neve che si scioglie in primavera. Ne scelgo uno lontano dalla montagna, per evitare che si inondi in caso di un temporale esagerato e pianto la mia tenda.

Le nuvole mi privano del tramonto, le zanzare mi costringono ad infilarmi in tenda prima del previsto mentre il forte vento la fa ondeggiare fastidiosamente. La sera si trasforma in una di quelle sere dove casa manca piu’ del solito e dove la compagnia di un libro diventa l’unica soluzione…la notte dormo bene invece, svegliato solo da pazzeschi crampi al bicipite femorale sinistro, roba che non avevo mai provato prima…

La mattina dopo non migliora, presentandomi un cielo ancora piu’ grigio e un vento contrario incredibilmente forte. La mia cartina mi segna 92 chilometri da dove sono fino alla cima del passo, che vorrei raggiungere in giornata, ma non mi dice:”occhio che in questa valle avrai sempre.vento contro!”.

Inizio a pedalare, arrendomi dopo soli quaranta chilometri di fatica vera…dove ogni pedalata e’ una mazzata e dove il vento freddo ti si infila nei vestiti sudati facendoti tremare i denti. Scorgo una yurta e mi avvicino per chiedere riparo ma esce un cane da pastore grosso come la mia bici che inizia a corrermi dietro digrignando i denti.fuggo a tutta velocita’, uno sprint massimale di almeno trecento metri a tremila metri di quota con un cane alle calcagne. Quando mi accorgo di essere in salvo, il cuore pompa talmente forte e il respiro e’ talmente affannoso che ho male addirittura alla gengive.

Raggiungo l’insediamento di Tuanjie verso sera, ultimo insediamento prima della prossima citta’, a centodieci chilometri di distanza. Sei case e una pompa di benzina non funzionante. Entro nella locanda, seguito da sguardi incuriositi e chiamo:”laoban”, letteralmente “boss”…esce un omone di montagna, uno di quelli che non conosce le buone maniere ma che sa cosa vuol dire avere il vento in faccia. Vede la mia bici e mi porge del te’, poi gli mostro la foto della mia tenda e lui mi accompagna in un ripostiglio, facendomi intendere che posso srotolare li il sacco a pelo.

La notte e’ il rifugio dalla fatica…in un luogo protetto e riparato sprofondo in un incredibile sonno ristoratore.
Mi sveglio alle tre con la luce della luna che illumina a giorno la stanza. Il cielo e’ terso e il vento e’ cessato…alle cinque e trenta sono gia in sella avviandomi spedito verso l’ultima montagna da superare prima di scendere dall’altopiano tibetano. Tutta tace e solo alla prima sosta mi ricordo che e’ il mio compleanno.

Con lo spuntare del sole, come sospettavo, inizia ad alzarsi anche il vento, lo stesso fastidioso avversario che inizia a.spingermi nella direzione opposta a quella dove pedalo…ci vogliono sei ore di combattimento per raggiungere la cima della montagna. Sei ore continuando a ripetermi che sarebbe finita prima o poi mentre il mio corpo risponde con risorse energetiche che non sospettavo di avere e che solo in uno sforzo estremo potevano presentarsi.

La discesa e’ altrettanto sgradevole: da tremilaseicento metri a millequattrocento in una quindicina di chilometri. Una di quelle discese dove le dita diventano di marmo a tirare i freni e i polsi sembrano potersi rompere, schivando camionisti cinesi da un lato e cercando di non cadere in un precipizio dall’altro. Procedo con cautela tra strettissime valli desideroso di uscirne al piu presto.

Di colpo esco dall’ultima valle, aprendo il sipario su qualcosa di totalmente nuovo. L’aria e’ tiepida, il cielo limpido e il vento finalmente gradevole…il marrone scuro delle montagne lascia il posto al giallo ocra della sabbia del deserto. Sono alle porte del Gobi. Le fatiche appena patite spariscono di colpo, tanto che pedalo per un altra ora fino alla cittadina di Hongliuwan dove, per festeggiare il mio compleanno, mi concedo una notte in albergo e un giro in paese, forse il piu’ strano che abbia mai visto in Cina.
La bandiera cinese regna su ogni palazzo ma per le vie non ci sono statue di Mao ma monumenti equestri raffiguranti eroi che sembrano essere Genghis Khan o Tamerlao…le facce degli abitanti stesse, testimoniano le scorribande dei due condottieri avvenute in zona diversi secoli fa e il passaggio delle carovane mercantile sulla via della seta. Non mi sento in Cina ma piuttosto in centro Asia. Facce cinesi si mischiano a facce turche mentre gli occhi a mandorla sono un po meno schiacciati e gli spaghetti sono fatto con farina di grano anziche’ riso…. ne ordino due piatti in un ristorante locale accompagnati da cetrioli e grasso di manzo(credo)…vorrei anche festeggiare il compleanno ma in un paese musulmano e’ difficile trovare una birra…
Devo quindi ripiegare su un gelato confezionato di scarsa qualita’ a cui ne fanno inesorabilmente seguito altri tre…

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...