Tempeste di sabbia, cammelli e polizia

Dunhuang e’ la prima vera citta’ incontrata dopo aver lasciato l’altopiano tibetano. Una oasi naturale al confine col deserto del Gobi, antica fermata obbligatoria per tutti i mercanti impegnati a percorrere la “via della seta”. La scellerata urbanizzazione cinese ne hanno deturpato l’architettura ma sui volti delle persone e nelle zone piu’ periferiche sopravvivono ancora i segni di un “intruglio di genti e religioni” unico al mondo. La bandiera cinese sventola su ogni edificio ma in citta’ sono musulmani e poco fuori ci sono i segni del passaggio dei primi monaci buddisti scesi dalle montagne.

Per me Dunhuang e’ una sosta necessaria dopo le fatiche patite sulle montagne. L’avevo gia’ visitata due anni fa, cosi’ questa volta diventa un semplice baluardo dove “ricaricare le pile”, lavare tutti i vestiti e far manutenzione alla bicicletta. Il silenzio del deserto,i cieli stellati seduto sulle dune ancora calde, la temperatura mite e la cucina Uighur, ricca di carboidrati, sono la giusta combinazione per passare tre giorni rilassanti, prima di terminare di attraversare la provincia del Gansu. La pausa si fa sentire tanto che ripartito, riesco a percorrere 250km in solo due giorni. Il primo, faticosissimo ma terminato inaspettatamente a dormire in un letto, ospite in un campo di minatori cinesi nel deserto, il secondo invece, mentre sono fermo a riparare la prima foratura del viaggio, incontro i primi cicloturisti, cinque ragazzi cinesi con cui mi incrocero’ spesso nei giorni seguenti.

Raggiungo poi la provincia del Xinjiang, autentica “polveriera” nella Cina occidentale, in quanto regione piu’ densamente popolata di minoranze etniche: Uighar, kazaki, tagiki, kirgiki, mongoli e ovviamente cinesi Han immigrati. La provincia e’ territorio cinese solo sulla cartina ma e’ evidente che a livello culturale, storico e sociale sia poco connessa con la Cina stessa. A Pechino questo lo sanno e, vista la strategica posizione della regione(confina con sei nazione) e le sue ricchezze minerarie, sono in atto una serie di politiche per mantenere la zona “tranquilla”…anzi…controllata….ma controllata bene!!! Ma proprio bene bene…

Me ne accorgo al confine, arrivando dal Gansu. I panorami diventano drammaticamente belli ma i controlli della polizia si fanno improvvisamente frequenti e particolarmente noiosi. Un poliziotto che parla inglese si giustifica dicendo che la zona e’ a pericolo terrorismo e quindi i controlli sono necessari. Mi e’ subito chiaro che sia una semplice scusa perche’ se il mio passaporto e’ stato controllato almeno un centinaio di volte da altrettanti poliziotti, nessuno ha mai controllato i miei bagagli, nei quali avrei potuto avere armi ed esplosivi viste le dimensioni.

I panorami intanto cambiano a ripetizione tra spettacolari montagne di colori diversi alternate a tremende lande desertiche che rendono la pedalata monotona e faticosa. La prima citta’ che incontro e’ Hami, anch’essa sulla via della seta e descritta da Marco Polo stesso ma attualmente famosa solo per i suoi meloni…li vendono ad ogni angolo della strada, esattamente come ad ogni angolo della strada, in ogni negozio e all’ingresso di ogni edificio c’e’ un poliziotto o militare con elmetto e giubbotto antiproiettile. Scorgo addirittura tre ragazzine accompagnate da un supervisore, che fanno la ronda vestite da militari impugnado mazze di legno. Le guardo con stupore e divertimento sicuro che non abbiano neanche la forza per sollevare quei bastoni. Il mio sguardo stupito deve insospettire il capo pero’, perche cinque minuti dopo vengo prelevato da un poliziotto e portato in caserma, dove mi viene controllate passaporto e tutte le foto del cellulare.

Lasciata la citta’ il giorno seguente in direzione di Turfan, graziosissima oasi immersa nei vigneti, vengo colto dalla piu’ brutale disavventura del viaggio, una tempesta di sabbia notturna, talmente violenta da far entrare addirittura la sabbia nella tenda e sradicandola dal suolo, costringendomi nella notte a smontarla e coprirla di sassi perche non voli via.
Passo la notte accovacciato dietro una roccia, aspettando di contare i danni la mattina seguente.

Una maglietta e un paio di calzini volati via e bicicletta capovolta con due raggi rotti e ruota posteriore a terra, vittima della pressione subita a 3600metri di quota e del calore dell’asfalto. Non ho mai cambiato un raggio in vita mia ma so come si fa, cosi ne cambio uno e raffazzono l’altro in modo da raggiungere Turfan in totale emergenza, con la ruota che tintinna ad ogni giro.

La strada per Turfan e’ in discesa, in quanto la citta’ e’ il secondo punto piu basso del mondo:-150metri. I panorami diventano sensazionali ma la calura diventa insopportabile, toccando i 42 gradi senza nessun riparo all’ombra. La notte insonne, la bici instabile ed il sole cocente mi fanno procedere senza sosta senza neanche l’energia per fermarmi a fare foto.

Turfan e’ ancora una volta un piacevole soggiorno. Torno al Dap hostel, dove festeggiai il mio compleanno due anni fa, l’ostello piu’ godibile della Cina, con un fitto pergolato in giardino dal quale mangio uva senza sosta. Trovo anche quattro ragazzi italiani con cui passo un piacevolissimo ferragosto. Riesco anche a sistemare parzialmente i raggi mettendoni due staccati da una vecchia bicicletta, speranzoso che reggano fino a Urumqui, capitale della regione, dove trovero’ sicuramente un ciclista.

Riparto dopo due giorni, con le gambe cariche di energie ma sfiduciato che i raggi reggano. Ho duecento chilometri da percorre con mille metri di dislivello e il solo battente a rallentarmi. C’e un solo villaggio sulla strada che raggiungo verso sera con l’intento di comprare dell’acqua e trovare qualche prato nascosto dove accamparmi, lontano dall’autostrada.

Dopo pochi chilometri pero’ noto una macchina della polizia un centinaio di metri dietro di me che si ferma misteriosamente ogni volta che mi fermo per fare una foto o controllare la cartina. Vengo seguito fino all’ingresso in paese dove vengo raggiunto e dove mi viene comunicato che non posso entrare in paese. Il poliziotto parla un inglese decente cosi gli dico che mi serve quantomeno dell’acqua e lui impassibile mi offre una bottiglietta di te’ e una sigaretta dicendomi che non posso fermarmi e devo proseguire fino a Urumqui. Quasi svengo…ho gia fatto 110km, sono le sei di sera e Urumqui e’ a 90km… a nulla servono le mie proteste…attraverso il paese scortato e proseguo verso nord con la volante che mi segue per altri 30km, fino al seguente imbocco dell’austrada, fino all’uscita dalla loro zona di competenza.
Esco dall’austrada pochi chilometri dopo, dirigendomi in un bosco sulle rive di un lago e apro la tenda nascosto dagli alberi secchi. In un luogo protetto come il bosco, la notte diventa un amico prezioso, protetto dal buoio posso finalmente far riposare il corpo.

Urumqui e’ come me la ricordavo, una grande citta’ priva di fascino. Il posto al mondo piu’ lontano dal mare…pero’…gli piacciono le biciclette e di negozi di bici ce ne sono un sacco…mi sembra sia arrivato Natale tanti sono gli acquisti che faccio per la principessa Wenchen. Compro due nuovi copertoni, piu’ spessi e resistenti, compro un prolungamento per il manubrio, riparo i raggi e soprattutto incontro Nathan, un cicloviaggiatore inglese che mi insegna un sacco di cose su come riparare o mantenere la bici.

Lascio Urumqui dopo tre giorni, nei quali mi.concedo anche un giorno in piscina…il confine kazako e’ la prossima tappa a 550km di distanza…conto di arrivarci in quattro giorni, pedalando sulla strada provinciale che costeggia l’autostrada. Il panorama non e’ un granche’ ma pedalare tra villaggi e riparato dall’ombra degli alberi mi mettono di buon umore tant’e’ che inizio a pedalare a ritmo sostenuto cantando….passano una trentina di chilometri prima che una volante mi fermi. Questa volta nessuno parla inglese ma dalle innumerevoli telefonate che fanno sembra che nulla di.buono stia per accadere. Cosi e’! Poco dopo si presenta un cabinato della polizia che senza spiegazioni carica me e Wenchen e ci porta in caserma. Ci sono un paio di camionisti Uighur insieme a me. Uno se non ho capito male perche’ era in.possesso di un coltello da cucino con cui stava aprendo un’anguria. Mi tengono tre ore, offrendomi una botiglietta d’acqua e due pannocchie. Sempre senza spiegazioni vengo poi ricaricato in macchina e scortato fino all’uscita della loro zona di competenza. Nei giorni seguenti, questo procedemento si ripetera’ altre due volte.

Abbandono quindi definitivamente la provinciale, cerco di dribblare ogni posto di blocco e mi tengo alla larga da tutti i villaggi. Sulle montagne la situazione migliora, campeggiando nei tunnel sotto l’autostrada o in vecchi ruderi di pastori. Zecche, cammelli selvatici e temporali sono i nuovi “nemici”da cui scapare…ma per foruna li evito tutti, valicando il Tian Shan in una cornice panoramica alpina e raggiungendo il confine kazako, 360 giorni dopo il mio trasferimento qui in Cina per lavorare a Shenzhen.

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